Questo centro della salute ha portato luce a Hured

Domenica 12 Novembre 2017.

Quando sono arrivato in Via Corridoni a Bergamo per conoscere Franco e Bzunesh (per noi Busu) stavo ancora chiedendomi se avessimo fatto bene ad accettare come associazione un progetto del genere. Quel pomeriggio io e la Dott.ssa Giulia Dallagiacoma avremmo raccolto tutte le informazioni necessarie alla stesura di un progetto da presentare ai soci di A.M.I.C.O. E se non fossimo riusciti a trovare nessuno disponibile alla partenza?

Busu è una donna etiope che ormai vive in Italia da una vita, ha sposato Franco e con lui ha fondato “Progetto Briciola ONLUS”. Il suo nome in amarico significa “infinito”, ed in effetti le si addice molto. Quando suo marito le propose di aprire un piccolo ambulatorio nel villaggio di Hured dopo aver terminato i progetti scuola, acqua e adozioni lei rispose: “E perché non un ospedale?”. Busu è schietta e trascinatrice, è innamorata ed amorevole, è semplice ma complicata, è etiope ed italiana. Busu è così!  Inutile dire che quella domenica io e Giulia ce ne tornammo a casa con le idee non molto chiare sul da farsi e sul già fatto, d’altronde non potevamo pretendere che ci venisse riassunto il lavoro di trent’anni in un paio d’ore.  La cosa migliore era andare a vedere.

Hured è il villaggio di origine di Busu, lo lasciò quando aveva tra i 20 e i 22 anni, o almeno così le avevano detto. In certe zone del mondo non esiste l’ufficio anagrafe, il tempo è davvero relativo, ed in effetti nessuno sa quando è nato veramente. Incredibile! Hured è un agglomerato di capanne più che un villaggio e non vi esistono attività commerciali o mercati. Esiste solo una strada in terra battuta tracciata dagli zoccoli delle mucche e dalle piogge stagionali. Lungo la via principale le famiglie costruiscono le loro case ed i bambini crescono sognando di trasferirsi un giorno ad Addis Abeba. In questo contesto surreale Franco e Busu sono ritornati a portare una ventata di speranza, e l’Health Center Eben-Ezer è la punta di diamante del loro lavoro.

La situazione sanitaria in Etiopia, va detto, è davvero molto critica. Dando un’occhiata a ciò che scrive l’Organizzazione Mondiale della Sanità (http://www.who.int/gho/countries/eth.pdf?ua=1) si leggono dati incredibili:

– Polmonite, infezione da HIV e diarrea primeggiano ancora tra le prime 10 cause di morte

– La malnutrizione resta una piaga aperta(1)

– L’aspettativa di vita alla nascita stenta a oltrepassare i 60 anni

In questa cornice poco rassicurante si realizza il paradosso secondo cui risulta più facile costruire un ospedale fornito di tutte le attrezzature necessarie piuttosto che trovare un medico che ci lavori. Leggendo un articolo scritto dal Dottor Atul Gawande su “L’Internazionale” del 10/16 Novembre 2017(2) mi è balzato all’occhio un dato stravagante: in Etiopia si ha un medico ogni 45.000 abitanti circa, come a dire di avere solo 4 medici in una città come Parma.

Busu e Franco hanno il progetto di rendere questo paradosso un ricordo per Hured. Così hanno costruito un “piccolo ospedaletto” ed hanno deciso di chiamarlo Eben-Ezer, ovvero “Fin qui il Signore ci ha soccorsi” (I Samuele 7,12). Qui trovate due ambulatori medici, due sale ostetriche, una nursery, un ambulatorio infermieristico, una farmacia, un laboratorio analisi, una sala sterilizzazione, un padiglione chirurgico, una radiologia ed una bellissima sala d’aspetto. In totale la struttura può ospitare comodamente almeno 25 posti letto. In questo angolo di mondo dimenticato da tutti l’Health Center Eben-Ezer è davvero un’oasi.

Giovedì 1 Febbraio 2018

Alla fine dei giochi Dio ha permesso che fossi proprio io ad infilare lo zaino e partire. Oggi sono felice di aver avuto questo privilegio. Prima di raggiungere Malpensa passo dall’Istituto Nazionale Tumori di Milano e chiamo Patrizia Greco, una cardiologa, che tra un ecocardiografia e l’altra trova il tempo di pregare con me per questa missione incredibile. La preghiera del giusto ha una grande efficacia: chi lo scrisse non aveva torto (Giacomo5:16).

Alle ore 20:00 siamo sull’aereo e con me Lucia e Manuel (gli infermieri), Luca e Claudio (gli elettricisti), Davide (l’idraulico), Serena (la fotoreporter), Samuele (l’informatico), Yan (il poliglotta), Joseph (il muratore), Delia e Martina (le tuttofare) ed ovviamente Franco. Busu si trovava già in Etiopia per preparare il nostro arrivo.

Il compito mio e degli infermieri, tra questa schiera di professionisti volontari, è stato quello di avviare le attività cliniche dell’Health Center. Tra i principali compiti svolti abbiamo dovuto:

– Censire il materiale farmaceutico ed infermieristico necessario alla struttura

– Selezionare ed addestrare il personale sanitario etiope da assumere nel Health Center

– Collaborare col programmatore all’elaborazione di una cartella clinica informatizzata

– Avviare il servizio ambulatoriale medico, infermieristico, il laboratorio biochimico-clinico e la farmacia

Dire tutto quello che abbiamo vissuto in queste due settimane di lavoro sarebbe difficile, ma vorrei cercare di riassumerle con la storia di un nostro paziente. A.M. è un uomo musulmano sulla sessantina che ormai da un po’ ha una camminata incerta e guidata da un bastone. Non ha un paio di scarpe ed in seguito a chissà che tipo di trauma si è lacerato il polpastrello dell’alluce destro (se non ti disturbano le immagini forti guarda l’ultima della galleria qui in basso). Per due anni ha camminato senza scarpe su questa ferita che, Dio solo sa come, non gli ha procurato una sepsi. Il prezzo da pagare è stato però la quasi immobilità per il dolore. Quando è entrato in ambulatorio fradicio di sudore, tachicardico e in lacrime non avevamo capito l’impatto che aveva su di lui quella situazione. Ci ha raccontato che da alcuni giorni meditava il suicidio, ma che aveva sentito di noi e si era voluto dare un’ultima chance. Oltre le nostre e le sue migliori aspettative il suo piede è rapidamente migliorato tanto da fargli dire: “Questo Centro della Saluta ha portato Luce a Hured”. Quando siamo partiti A.M. avrebbe dovuto ancora tornare per qualche medicazione dai nostri infermieri, non ho sue notizie, ma ho ragione di sperare che ormai sia guarito. L’ultimo giorno ci siamo salutati ed abbiamo pregato per lui, poco gli importava che fossimo cristiani, si è sentito amato e questo gli ha permesso di rispondere Amen alla nostra preghiera.

Un ringraziamento speciale va a tutti i miei compagni di viaggio ed al Dott. Marco Daldossi senza il quale l’Health Center di Hured non avrebbe a disposizione farmaci di qualità secondo gli standard a cui siamo abituati.

Testo: Dott. Roberto Di Benedetto

Immagini: Ph Serena Spina

(1) Tefera Darge Delbiso, Jose Manuel Rodriguez-Llanes et al. Drought, conflict and children’s undernutrition in Ethiopia 2000–2013: a meta-analysis. Bulletin of the World Health Organization 2017;95:94-102.

(2) Atul Gawande. Il Medico che ti salva la vita. Internazionale, numero 1230, anno 25.

Vuoi collaborare al progetto Health Center Eben-Ezer? Chiedici come! Ecco le posizioni aperte:

-medico (qualunque specializzazione)

-odontoiatra

-infermiere

Health Center Eben-Ezer (Padiglione Medicina)