I Samaritan’s Purse chiuderanno l’Ospedale da Campo, ma questa esperienza ha lasciato in me un segno profondo

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A.M.I.C.O. ha avuto la gioia di poter dare un piccolo supporto all’attività assistenziale dei colleghi di Samaritan’s Purse mettendo disposizione 3 unità nel servizio di interpretariato.
Tra loro la nostra Dott.ssa Allen che, qui nelle sue memorie, racconta la dolcezza del rapporto umano, la tenerezza dello stringersi intorno ai fragili e le difficoltà di uomini e donne che in regime di volontariato hanno lasciato il loro paese e le loro famiglie per venire ad assistere i nostri malati.

Diario di un’interprete per i Samaritan’s Purse

Ho passato alcune domeniche collaborando come interprete presso l’Ospedale da Campo allestito dai Samaritan’s Purse (SP) fuori dall’Ospedale di Cremona.
Nelle settimane precedenti come pediatra di famiglia avevo attraversato diverse fasi: il disorientamento iniziale, la corsa alla riorganizzazione, il rallentamento drastico del lavoro (perché i bambini chiusi in casa non si ammalano quasi più e il Covid li colpisce meno gravemente) e infine un gran senso di frustrazione. Frustrazione dovuta ai limiti del mio lavoro e di non poter essere di maggior aiuto ai colleghi provati dall’emergenza in atto.
Ma poi Dio mi ha aperto una porticina. Ho finalmente avuto l’occasione di dare una mano.
La prima volta che sono andata a Cremona ero emozionata: non ero mai stata in un reparto di rianimazione e cercavo di immaginare tutte quelle persone ricoverate, con dispnea o intubate, magari qualcuno sarebbe morto… e poi, veramente questi medici americani parlavano di Gesù e pregavano con gli ammalati?

Appena arrivata ho avuto l’impatto di un’ambiente rilassato e accogliente: tutti coloro che ho incontrato erano sorridenti ed entusiasti, grati del servizio di noi interpreti. Mi hanno spiegato l’organizzazione del Campo, la separazione tra la zona “pulita” dalla “sporca” (Covid) e mi hanno istruita sul “donning” e il “doffing”, le complicate procedure per indossare e togliere i dispositivi di protezione individuale. C’è grande attenzione per assicurare la massima protezione possibile.

Vengo assegnata al reparto-tenda degli uomini convalescenti. Ci sono sei uomini di età media oltre i 70 anni, uno anche di 90 anni, in attesa di raggiungere tutti i criteri per le dimissioni. E’ bello vedere che alcuni di loro ce la fanno dopo i bollettini quotidiani sul numero dei morti. Nel reparto incontro Pat, ex medico militare che ha partecipato a molte missioni sia come militare sia con SP in molte parti del mondo e l’infermiera Ellie, anche  lei veterana da 10  anni con SP. Ellie mi spiega che ci aspetta un compito difficile: convincere il signor R., ottantenne in dimissione il giorno dopo, a farsi docciare. R., mi spiegano, non potrà rientrare subito a casa, così andrà prima in una residenza per anziani, e per questo è molto arrabbiato. Traducendo ci dirigiamo verso la doccia da campo, ed è Pat che si occupa di lavarlo: Ellie era rimasta bloccata con la schiena qualche giorno prima, eppure è lì lo stesso a proseguire il lavoro a cui Dio l’ha chiamata, servendo le persone in uno dei suoi 10-12 turni consecutivi di 12 ore. Vedere con quanta pazienza e attenzione questo medico si occupava di una mansione che normalmente spetterebbe ad altri mi ha aperto il cuore.
Ho ripensato a Gesù che lavando i piedi dei suoi discepoli ci ha lasciato il più bell’esempio di servizio gli uni verso gli altri. In Giovanni 13:14 Gesù disse: “se dunque io, che sono il Signore e il Maestro vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri.”

Più tardi mi sposto nel reparto di semi-intensiva. Rispetto alle settimane precedenti, mi raccontano, le cose sono molto più tranquille, meno pazienti vengono trasferiti dall’Ospedale. In un letto c’è una donna anziana piccolissima che proviene da una struttura per pazienti psichiatrici: è pelle e ossa, non è in grado di comunicare, respira affannosamente e continua a coprirsi tutta guardandoci con grandi occhi impauriti. I medici hanno deciso assieme alla famiglia di non accanirsi con interventi invasivi per cui riceve cure palliative. Per tutto il tempo che ho passato in quel reparto la giovane infermiera Keri è rimasta seduta accarezzandola e parlandole dolcemente, come a una bambina. E’ un privilegio -mi dice- poter stare accanto a una persona morente, ora che il ritmo frenetico delle prime settimane è passato. Il medico del reparto, Barbara, si avvicina e insieme preghiamo per una fine tranquilla.

Il reparto delle donne in cui sono stata domenica scorsa è spettacolare: le ricoverate hanno fatto amicizia tra di loro, si consigliano a vicenda e nella tiepida serata riescono anche a cenare all’aperto. Una di loro è uscita dalla tenda per la prima volta e viene complimentata dal personale ad ogni passo instabile. In questo contesto c’è l’occasione di testimoniare, di parlare di Gesù apertamente, oltre a consolare coloro che sono rimaste vedove per il Covid e che presto torneranno a una casa vuota.

In terapia intensiva ci sono ormai solo tre pazienti e c’è la difficoltà aggiuntiva di capire cosa dicono i tracheostomizzati: E. mi chiede di cancellare dal suo telefonino tutti i social, si capisce che ha paura di morire, ma si tranquillizza quando contattiamo i suoi familiari. M., invece, ci comunica qualcosa a gesti: una videochiamata con mamma! Quando è stato portato via con l’ambulanza un mese prima lei non era presente perché ammalata, parlarle lo tranquillizza.

A breve ritorno per l’ultimo turno, i SP chiuderanno l’Ospedale da Campo, ma questa esperienza ha già lasciato in me un segno profondo: vedere tante persone che lasciano il proprio paese per servire altri in difficoltà per l’amore di Cristo è di per sé commovente, ma osservare da vicino la gioia e l’entusiasmo con cui lo fanno, lo porterò nel mio cuore per molto tempo.

Articolo scritto da Dr.ssa Michaela Allen